Come si fa un bonsai: dal pre-bonsai alla prima forma
Un bonsai si fa prendendo una pianta già cresciuta, sistemandola in un vaso adatto, togliendo i rami che non servono e guidando quelli che restano con il filo. Non si parte dal seme: dal seme servono anni prima di avere qualcosa da lavorare. Da un pre-bonsai, cioè una pianta giovane già formata, la prima impostazione arriva in una stagione, con due pomeriggi di lavoro distanziati fra loro. In questa guida trovi tutti i passaggi: come scegliere la pianta, come invasarla, cosa potare, come si avvolge il filo senza rovinare il ramo, come si dà la forma e cosa succede nei mesi successivi.
Da dove si parte davvero: seme, talea o pre-bonsai
Le strade sono tre e hanno tempi molto diversi. Dal seme servono anni prima che la pianta abbia un fusto su cui lavorare. Dalla talea si accorcia, ma restano diverse stagioni. Da un pre-bonsai, una pianta giovane già cresciuta e scelta per la sua forma, si comincia subito: la prima impostazione si fa nell'arco di poche settimane.
Il malinteso riguarda proprio questo. Chi cerca come si fa un bonsai immagina i sacchetti di semi con la fotografia dell'albero adulto sulla confezione, e resta deluso quando scopre quanto è lontano quel disegno. Un seme germoglia e cresce dritto: non c'è niente da modellare finché il fusto non ha preso diametro e rigidità. La talea accorcia i tempi, ma deve radicare e rinforzarsi prima di sopportare filo e potature.
Il pre-bonsai è la terza via, quella con cui si impara: una pianta coltivata in vaso, di pochi anni, con tronco e ramificazione già utilizzabili ma non ancora impostata. Non è un bonsai, è la sua materia prima. Si riconosce dal fusto che ha già un po' di movimento, dai rami bassi conservati e dalla vegetazione abbondante.
| Da dove parti | Prima di poter lavorare la pianta | Difficoltà | Per chi |
|---|---|---|---|
| Seme | Anni, a seconda della specie e delle condizioni di coltivazione | Alta, soprattutto per costanza | Chi vuole seguire l'albero dall'inizio e non ha fretta |
| Talea | Diverse stagioni, dopo la radicazione | Media | Chi ha già una pianta madre e vuole riprodurla |
| Pre-bonsai | Subito: la prima impostazione si fa nell'arco di settimane | Adatta a chi inizia | Chi vuole imparare a lavorare una pianta |
Questa guida segue la terza strada. Per un quadro delle specie e capire quale pianta ti conviene avere fra le mani, parti dalla guida completa ai bonsai da interno e da esterno.
Quale pianta scegliere per il primo bonsai
Cerca una pianta sana, con vegetazione fitta, un fusto che abbia già un po' di movimento e rami bassi ancora presenti: sono quelli che daranno la struttura. Per chi fila la prima volta il ginepro è la specie più indulgente, perché il legno giovane si piega bene e il filo segna la corteccia lentamente.
La tentazione è scegliere la pianta più alta e più folta, ed è l'errore opposto a quello giusto: un bonsai si costruisce togliendo, e una pianta cresciuta in altezza ha il tronco dritto e i rami tutti in cima. Guarda invece il basso: la parte di tronco che esce dal terriccio, con le radici che si allargano in superficie, è il nebari, la prima cosa che l'occhio legge in un bonsai finito. Vale più di mezzo metro di chioma.
Il Juniperus, il ginepro, è la specie con cui si impara a filare: rami flessibili che accettano curve importanti senza spezzarsi, buona tolleranza al filo e, quando il portamento è ricadente, lo stile a cascata viene da sé. Va detto subito, però: è una pianta da esterno. Vive su balcone, terrazzo o giardino tutto l'anno e in casa, al chiuso e al caldo, deperisce. Senza uno spazio esterno conviene un'altra specie, Ficus Ginseng o Carmona: il metodo resta lo stesso, cambiano le stagioni in cui lavorare. Le differenze fra le conifere sono raccolte nella guida ai bonsai di ginepro, pino e abete; per orientarti fra le specie in base a dove vivi c'è Primo bonsai: quale scegliere davvero.
L'invaso: come sistemare la pianta nel vaso
Si copre il foro di scarico con una retina, si passano i fili di ancoraggio, si stende uno strato drenante sul fondo e si aggiunge il substrato. Poi si estrae la pianta sostenendo la zolla dal basso, la si appoggia nella posizione scelta, si assesta il substrato negli spazi vuoti e si annaffia a fondo.

Il vaso da bonsai ha fori larghi e serve a far scorrere l'acqua, non a trattenerla. La retina impedisce al substrato di uscire; i fili di ancoraggio, passati nei fori e legati sopra la zolla, tengono ferma la pianta nelle settimane successive. È il dettaglio che si salta più volentieri e non andrebbe saltato: se la zolla si muove, le radici capillari appena formate si strappano.

L'estrazione è il momento più delicato. La zolla si sostiene da sotto, con una mano aperta, e non si tira mai la pianta per il tronco. Sulle conifere, e sul ginepro in particolare, il pane di terra si conserva il più possibile: le radici sono fragili e un lavaggio completo compromette la ripresa. Si libera la parte esterna e si districano con un bastoncino le radici che girano attorno al vaso.

Spesso la zolla resta più grande del vaso, e va ridotta di lato. Prepara prima il fondo con il suo strato di argilla espansa o akadama, poi prova la pianta nel vaso per vedere quanto manca: si toglie solo quello. Con un coltello seghettato si taglia una fascia verticale lungo un fianco, con un movimento lento e continuo, da un lato solo e mai tutto intorno, lasciando intatta la parte di radici attaccata al tronco. Il taglio netto cicatrizza meglio degli strappi: è il motivo per cui si usa la lama e non le mani.
Il substrato
Serve un substrato drenante, non terriccio universale. Una miscela di akadama con pomice o lapillo lascia scorrere l'acqua in eccesso e trattiene quella necessaria; sul fondo uno strato di argilla espansa completa il drenaggio. Appoggiata la zolla, il substrato si fa scendere negli spazi vuoti con un bastoncino, senza pressare con le dita: le sacche d'aria sono il motivo per cui una pianta apparentemente invasata bene non riparte. Poi si annaffia finché l'acqua esce pulita dai fori. Il periodo migliore è fine inverno o inizio primavera; se la pianta ti arriva in un altro momento, tienila nel vaso di coltivazione e lavorala alla ripresa vegetativa. I passaggi completi, con gli attrezzi, sono nella guida al rinvaso del bonsai.
La potatura selettiva: cosa togliere e cosa lasciare
Dopo l'invaso si aspetta che la pianta riparta, poi si tolgono i rami che non entrano nel progetto: quelli che crescono verso l'interno, quelli doppi alla stessa altezza, quelli che incrociano il tronco. I tagli sono piccoli e pochi, e sui rami che restano si conserva molta vegetazione.

Prima di tagliare, guarda la pianta da tutti i lati e decidi qual è il fronte, il punto da cui il bonsai si guarderà. Poi scegli il ramo principale, quello che darà la direzione a tutta la composizione: tutto ciò che compete con lui o nasconde il tronco può andare via. Si procede poco alla volta, allontanandosi ogni tanto per guardare l'insieme. Un ramo tolto non torna, e sulle conifere non ricaccia dal legno vecchio.
La vegetazione che resta non è un dettaglio estetico: è ciò che tiene viva la pianta. Una conifera spogliata in un colpo solo perde la capacità di nutrirsi e si ferma per una stagione. Sul ginepro, in più, gli aghi recisi con le forbici seccano: il fogliame si accorcia pizzicandolo con le dita, come spieghiamo in Pinzatura del bonsai: ginepro, tasso e pino.
Attenzione
Invaso, potatura e filatura non si fanno nello stesso giorno. Sono tre sollecitazioni diverse e sommarle su una pianta appena spostata di vaso significa chiederle di ricostruire le radici mentre ripara i tagli e sopporta le pieghe. Dopo l'invaso i primi segni di ripresa arrivano in genere dopo tre o quattro settimane: è da lì che si riprende in mano forbice e filo.
La filatura: come si avvolge il filo senza rovinare il ramo
Il filo si ancora prima di iniziare, poi si avvolge attorno al ramo a spirale, con un'inclinazione di circa quarantacinque gradi e spire regolari, aderenti ma non strette: fra filo e corteccia deve restare lo spessore di un foglio di carta. Lo spessore del filo si sceglie in proporzione al ramo, e il filo si posiziona sul lato esterno della curva.

La filatura è la tecnica con cui si dà direzione ai rami: il filo tiene la posizione che hai dato al ramo finché il ramo non la fa propria. Tutto il lavoro sta nelle spire. Una spira è un giro completo di filo attorno al ramo: vanno distanziate in modo regolare e appoggiate al legno su tutta la lunghezza. Se sono larghe o irregolari il filo non tiene; se sono strette strozzano la circolazione della linfa.
Il primo giro è il più importante. Il filo va ancorato prima di arrivare al ramo da piegare: due giri attorno al tronco, oppure infilato a fondo nel substrato se devi muovere il tronco stesso. Senza ancoraggio scivola e il lavoro si annulla. Da lì si procede verso la punta, tenendo il ramo con una mano e avvolgendo con l'altra, lasciando liberi i getti verdi. Come lunghezza, conta circa una volta e mezza quella del ramo.
Quale filo usare
Il rame è tradizionalmente usato per le conifere, l'alluminio per le latifoglie: l'alluminio è più morbido e più facile da gestire per chi comincia. Come diametro, l'indicazione classica è circa un terzo dello spessore del ramo per il rame e circa la metà per l'alluminio. Un filo sovradimensionato non è più sicuro: è più difficile da avvolgere, segna di più e rovina l'aspetto del ramo. Su rami spessi, dove la piega è importante, una fasciatura di rafia inumidita protegge la corteccia dalle micro-fratture.
Dare la forma: la cascata e gli altri stili
Una volta filato, il ramo si accompagna nella posizione voluta con entrambe le mani: una tiene la base, l'altra guida la punta, e il movimento è lento e progressivo, mai di scatto. Le curve vanno variate fra loro, non uguali come le spire di una molla, perché un albero in natura non cresce mai in modo regolare.

Lo stile a cascata è quello in cui il ramo principale scende sotto il bordo del vaso, come un albero cresciuto su una parete di roccia. Viene naturale su una pianta dal portamento ricadente, ed è la ragione per cui in questi casi si usa un vaso alto: serve spazio sotto al ramo perché la discesa si legga. Se il ramo resta sopra la base del vaso si parla di semicascata.
Gli altri stili classici seguono la stessa logica: eretto formale, eretto informale, inclinato come un albero piegato dal vento, letterario con il fusto nudo e poca vegetazione in cima. Non c'è uno stile giusto in assoluto: si sceglie quello che il tronco già suggerisce, perché forzare un portamento contro la sua natura è la via più rapida per rompere un ramo.
Dopo la piega si lavora sui rametti secondari con filo più sottile, separando i gruppi di vegetazione così che luce e aria arrivino dentro la chioma: è il passaggio che trasforma un ramo piegato in qualcosa che somiglia a un albero.
Dopo la prima impostazione: filo, acqua e tempo
Quello che hai in mano è una prima impostazione, non un bonsai finito. Nei mesi successivi il filo va controllato periodicamente e tolto prima che incida la corteccia; la pianta va annaffiata quando il substrato in superficie inizia ad asciugare, tenuta nella posizione giusta per la sua specie e lasciata crescere.
Sul ginepro il filo si può applicare in qualunque periodo dell'anno, evitando i momenti di massima spinta vegetativa, e segna la corteccia più lentamente che su altre specie: di norma resta uno o due anni, altrimenti i rami tendono a tornare nella posizione di partenza. Un tempo fisso però non esiste: conta il ramo. Quando lo vedi ingrossarsi sotto la spira, il filo ha finito il suo lavoro. In stagione basta un controllo ogni due-quattro settimane.
Il filo non si srotola: si taglia in piccoli pezzi con la tronchesina e si sfila. Srotolandolo si trascina la corteccia e si rischia di spezzare il ramo che hai passato mesi a formare. Se ha già cominciato a segnare, si rimuove dove incide e si rifila spostando le spire: meglio filare due volte che lasciare solchi profondi, visibili per anni.
Il resto lo fa il tempo: la ramificazione si infittisce pinzando le punte stagione dopo stagione, il tronco ingrossa, il rinvaso torna ogni tre o quattro anni. Se la tua pianta vive fuori, come il ginepro, la prima prova vera arriva con l'inverno: freddo sì, ma vaso protetto dal gelo prolungato, come spieghiamo in Bonsai da esterno in inverno.
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Domande frequenti
Quanto tempo ci vuole per fare un bonsai?
Dipende da dove parti. Da un pre-bonsai la prima impostazione arriva in poche settimane, perché la pianta ha già fusto e rami su cui lavorare; dal seme servono anni prima di avere qualcosa da modellare. L'albero maturo, con la ramificazione fitta e il tronco ingrossato, è il risultato di molte stagioni: è la parte lunga, e non si abbrevia.
Si può fare un bonsai partendo dal seme?
Sì, ma non è la strada per iniziare. Il seme cresce dritto e per anni non offre nulla da modellare. Chi comincia impara molto di più lavorando una pianta già cresciuta, dove ogni gesto ha un effetto visibile nel giro di una stagione.
Che differenza c'è fra pre-bonsai e bonsai?
Il pre-bonsai è una pianta giovane coltivata in vaso, con tronco e rami già utilizzabili ma non ancora impostata: è la materia prima. Il bonsai è la stessa pianta dopo l'invaso, la potatura, la filatura e gli anni di cure che consolidano la forma. Il passaggio dall'uno all'altro è il lavoro descritto qui.
Quando si mette il filo e quando si toglie?
Sul ginepro il filo si può applicare tutto l'anno, evitando i periodi di massima crescita. Si toglie quando comincia a incidere la corteccia: il segnale è il ramo che si ingrossa sotto la spira. Non c'è un tempo fisso, si guarda la pianta; in stagione un controllo ogni due-quattro settimane basta. Il filo va tagliato a pezzetti con la tronchesina, mai srotolato.
Posso invasare, potare e filare lo stesso giorno?
Meglio di no: sono tre sollecitazioni diverse, e concentrarle significa chiedere alla pianta di ricostruire le radici mentre ripara i tagli e sopporta le pieghe. Dopo l'invaso i primi segni di ripresa arrivano in genere dopo tre o quattro settimane. Potatura e filatura si fanno a ripresa avviata.